Goethe a Roma, ma Dante?, Novelle #3.1

Abbiamo iniziato a capire tramite gli articoli di Domenico “Daken” come internet ha cambiato molti fenomeni vicini ma lontani dalla letteratura, – perché come abbiamo iniziato a vedere qui e continueremo a vedere, la letteratura oggi non la troviamo solo nei book ed E-book -.

Proseguendo con questo filo rosso, nella rubrica di analisi contestuale, appena agli inizi, stiamo tentando di spiegare come letterature e storia sono per molti versi inscindibili, motivo per il quale abbiamo iniziato con reblog e pubblicazioni di materiale ed opere inerenti queste tematiche.

Oggi pubblichiamo i primi capitoli di un pezzo che abbraccia tutte queste tematiche, in forma di brano di teatro. 

Buona lettura:

Lista provvisoria attori in ordine casuale:

– Il condutture, lo schiavo
– Il capo, il furbo
– Poeta
– Il maiale, l’usuraio speculatore
– Goethe
– Il piccolo gatto di pezza
– Tessitori, finto politicante
– Allen Ginsberg, Ragazza

TITOLO

In uno Studio televisivo
Il conduttore: < È un gatto di pezza ! Non può esistere uno spettacolo su qualcosa di inanimato! Né uscirebbe un fintality!>

Il capo: < Se vogliamo essere sinceri, l’unico reality al momento lo siamo noi. Un reality seguito con interesse da tutti i
paesi industrializzati. Quelli che tu indendi per “reality”, quelli sono fintality! >

Il conduttore: < Si, ma un animale di stoffa ! >

Il capo: < Un animatissimo gatto di pezza non è finzione. >

Un poeta: < Io invece sono d’accordo con lui. Non puoi usare quel gatto per uno spettacolo. Si tratta di crudeltà. È sbagliato.>

Il capo: < Però sarebbe un’ottima occasione per te. Avresti molto di cui parlare! Forse troveresti una scusa per parlare
di poesia. >

Un poeta: < Dici stronzate. Non si trova in un reality la poesia. >

Il conduttore: < E ancora meno in un fintality! >

Un poeta: < Smettila con queste parole. >

Il capo: < Smettetela tutti e due con scemenze di credibilità, moralità e altro. Voglio lo show. Voglio l’audience. Che inizi…
con o senza di voi. >

Il conduttore: < Si, potrebbe funzionare. >

Un poeta: < … >
In una Stanza in affitto

Il poeta di prima: < Le idee che ha sono assurde. Una peggiore dell’altra. Tanto vale davvero fare un reality sull’intero paese da
svendere ad altri paesi! Tanto che vuoi che cambi? Al massimo gira qualche soldo e turista in più.
Siamo una periferia alla mercee di altri. Abbiamo nascosto i monumenti che abbiamo fatto crollare con la spazzatura,
“Useremo quei grandi edifici per dar fiato alle discariche!”, poi abbiamo reso le condizioni di vita talmente scarse
da diventare un paese multietnico per caso. Un giorno poi magari torneremo a casa e scoppierà una seconda guerra
in stile israeliano, “questa terra è la nostra, portiamo il suo nome!” e loro magari risponderanno “viviamo qui da
tanti anni e l’abbiamo curata meglio di voi”. Per finire poi troveremo un’opera d’arte, un qualche monumento antico,
facendo degli scavi casuali nella spazzatura.
Che ne pensi? >

Goethe: < Sinceramente sono molto spaventato da questa tua visione e dal tuo pessimismo così pesante da soffocare l’aria in questa stanza.
Vorrei però davvero uscire un po’ e fare un giro. >

Il poeta di prima: < Non c’é problema ti porterò in giro e vedrai un paese in lutto. La gente se ne va in giro in maschera,
le città principali sono addobbate come a natale – bisogna dire che questo paese sa
vendersi bene, però tutte queste maschere, facciate ed addobbi non fanno altro che nascondere una realtà orribile e schifosa.
Puoi fermarti al nord, vedrai buone infrastrutture che tentano di fondersi con un paese agricolo, ma è un velo, che tiene coperta corruzione
tangenti, soldi a palate che scappano e corrompono l’animo buono di gente che forse voleva solo lavorare, ma che del lavoro ha fatto un
mecchanismo di leva, per un passatempo più importante. Il gioco della corruzione e della ricchezza – che è una fidanzata tutt’altro che fedele.
Ma questo mondo nasconde altro, nasconde centinaia di cadaveri di fabbriche e capannoni ed edifici e palazzine che si lasciano dietro donne
e uomini che tra la finanza, la politica e la pubblica amministrazione si danno fuoco e si impiccano.
Non finisce qui però. Puoi scendere, scendere oltre e vedere chi si veste di soldi, camminando in un’eternità che sta cadendo a pezzi.
Prendono di quell’eternità, che così ogni giorno muore un po’ e la usano per vestirsi con banconote sempre più grandi, mentre in parallelo,
crescono piccole città di miseria e spazzatura, che nulla hanno a che fare con le rovine da te adorate.
E infine, all’ombra di questo colosso di schifo, imbrogli, morte e orrore, integrazione fallita e immigratofobia c’è l’ultimo mondo,
nascosto all’ordinario, parallelo a questo, tanto più ricco e potente, quanto più povero del nostro. Morte e guerra sono la cronaca quotidiana
e le labbra e le mani che hanno creato la scuola siciliana, la prima letteratura di questo paese, sono chiuse e serrate. Le menti combattono
e chi non combatte ha paura.
Non c’è vera amministrazione che funzioni, tra i cadaveri, trovi anche della spazzatura e prende fuoco tutto, tutto e il fumo é nero e sale fino
in cielo, là dove non sia già coperto dal fumo nero di fabbriche omicide.

Qualunque cosa tu possa risolvere, di qualunque cosa tu possa scrivere, rimane sempre dietro quest’altro mondo, che non puoi che combattere.
Ma la guerra d’altronde non ha mai risolto niente.
Guerra che non solo ci facciamo tra noi, ma che, per la mente buona di chi ancora vuole bene qui, è diventata un import. E così alla nostra
miseria si aggiunge quella ancora più seria e pericolosa, di tanta altra gente spiaggiata sulle nostre spiagge.

Goethe: < Non accetto, non accetto, non accetto in alcun modo tutto questo. Ci servono delle persone, vieni con me.
Non è tuo compito stare seduto e lamentarti, ma uscire fuori e parlare, uscire fuori e scrivere. Hai avuto successo, anni fa,
non ti sei più ripreso però, dalla fama. Hai fatto peggio di Dante, hai fatto peggio di Petrarca. Peggio ancora di tutti quei
Decadentisti hai fatto.
Guarda che i tuoi predecessori non hanno fatto della mondanità il loro pane quotidiano, era una rivolta
alla società, al mondo, al pensiero. La loro era una missione, un ritrovarsi oltre le frontiere conosciute. Si perdevano e si ritrovavano e scrivevano,
morivano e risorgevano e scrivevano, drogati e ubbriachi e alienati scrivevano.
Non era la loro vita però. Era un mare in tempesta, era una rivolta, erano artigli per liberare le ali, ma, non, la, loro, vita. Scrivere lo era.
Al risveglio erano vivi, non morti.
Non importa quanto tempo sei lucido, quanto tempo passi a contemplare la bellezza, quello che conta é ciò che la tua creatività ha partorito.
Uccidi te stesso, ma lascia che la tua creatività rimanga gravida e partorisca.

Il poeta di prima: <…>”


(C) copyright di Lukas Thomas Mario Weber

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